Bejan Matur (trad. Giulia Ansaldo), Tre Poesie

Bejan Matur è una poetessa e giornalista di origini curde alevite, nata a Kahramanmaraş nel 1968.  Ha all’attivo sette raccolte di poesia pubblicate dal 1996 al 2015 e un’antologia in lingua inglese, In the Temple of a Patient God, del 2003. La sua poesia è caratterizzata da un forte afflato mistico e dal richiamo costante alla propria identità curda e alevita. Le tre poesie riportate di seguito sono state tradotte magnificamente da Giulia Ansaldo (1984), laureata in lingua e letteratura turca e persiana all’INALCO di Parigi, dove ha poi conseguito una specializzazione in traduzione letteraria.
Dopo un tirocinio in una casa editrice romana, Giulia Ansaldo ha cominciato a collaborare con diverse case editrici italiane come traduttrice e revisore dal turco e dal francese. Ha tradotto dal persiano le poesie di Granaz Moussavi, pubblicate da Campanotto nel 2012 con il titolo Canto di una donna senza permesso. Di Bejan Matur ha recentemente pubblicato un reportage poetico intitolato Guardare dietro la montagna (Poiesis ed., 2015).
Giulia è stata così gentile da mettere a disposizione di Defter – Poesia Turca Contemporanea le sue traduzioni, che sono state lette al festival della poesia di Genova del 2015. Per questo la ringrazio profondamente e vi auguro buona lettura!

 

I FILI DEL TEMPO

 

La stanchezza degli alberi che non hanno foglie da cadere

La notte era piena dei sussurri dei rami coperti di neve

 

Eppure non avevo freddo

 

Ero nuda e i miei capelli li allungavo per il vento.

Il vento che lecca il mio petto

“Il mondo è iniziato da tanto, è tempo di parlare ormai” diceva

Non sapevo che il mondo fosse iniziato da tanto.

 

La terra infinita e gialla

Il mio volto triste e lungo

Cercava il suo colore.

 

Dove pestavo le fessure che aprivo mostravano le profondità

Nel profondo: Eco vapore acqua e muschio

L’eco rinnega le parole, Spezza, benedice, fa male.

Il vapore non sa il nome dei luoghi che viene visitando

Anche se lo sapesse, non lo direbbe.

Il muschio nell’ombra fa l’amore con l’acqua.

 

Il tempo che avvolge il mio petto con i fili

Mostra i precipizi

Lo teneva dall’ alto. Come se i precipizi si sorridessero sempre.

 

Cercavo di entrare nella terra forzando le fessure.

Come il mio naso toccava il fondo delle acque

D’un tratto schizzavo in superficie.

Se affogo quale sarà la mia ultima parola

Non sapevo quale viaggio mi saziasse.

Non c’è la domanda dell’apnea

Stavo imparando.

 

Zaman ipleri, in Rüzgar dolu konaklar/Casolari pieni di vento, 1997

 

FATO MARE

 

Adesso

L’attesa delle alghe

Del mare,

La pazienza del corallo

Accompagnerà le ossa.

Lavando le ossa nell’acqua

La voce che comincia

Chiama

L’assoluto evento.

Perché la nostra colonna ha raggiunto

La verità della pietra.

Si è separata dall’esistenza.

 

Adesso un angelo

Solleva i morti

I morti sublima

Con la sua anima.

La parola che verrà detta a dio

E il lamento da pronunciare è pronto.

Adesso l’angelo

Con le sue ali filtra da sopra di noi.

Questo mare

È il mare della preghiera,

Il mare dell’esistenza

Questo mare.

È sempre stato così!

 

Adesso l’angelo

Deve andarsene da me.

Il respiro preso

Scuotendo dalle ali

Deve lasciarlo al mare.

Perché questa riva

Non è stata vissuta!

 

Anche il capitano è morto

Stesso destino

Stesso mare

 

Kader Deniz/Fato Mare, 2010

 

CRESCERE IN DUE SOGNI

 

Mentre tu parli del sonno

Come uno cresciuto in due sogni

Il mio cuore si divide.

Le parole fatte dalla luce

Che riflette sul muro,

Quelle parole

Forse perché venute nel sonno

Ancora girano intorno a me.

Mi raccontano le montagne

A stare in piedi col sangue della fede

Le montagne.

 

Perché alla fine è un mattino

Ciò che ci sveglierà.

Il mondo preso dalle nostre mani e la nascita

Mentre tu avanzi su una strada di montagna

Una casa col camino che fuma

Il colore che passa e che va via dalle acque

Di nuovo non raccontano

Cos’è successo,

Chi è che parlerà

Con noi?

 

Perché la storia ha aperto le ferite una volta

Le croste legate dalla rabbia

Da tanto si sono assottigliate.

 

Ormai solo in una voce ci ripariamo

Nella notte illuminata.

Da chi andremo,

Con quali parole racconteremo il dolore,

In quale lingua chiederemo perdono?

Abbiamo bisogno di un puro inizio

Nel giorno in cui nasceranno le parole

Un inizio che si leghi all’anima.

Abbiamo bisogno dell’affetto di un nido,

Una casa il cui camino fumi passandoci accanto che

Nella terra del perdono

Si possa credere una tenda in cui rifugiarsi

Stiamo zitti

Stiamo zitti.

 

Son Dağ/Ultima Montagna, 2015

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